Orcopa’

Traducido por la Profesora Lourdes Pietrosémoli


Non so se ho bisogno di uno psichiatra o semplicemente di scrivere, Pa’. Forse sono stata io l'unica beneficiaria del divano morfosintattico per i sentimenti-caos. Necessità di ragionarti col cuore senza scarlatto. A casa abbiamo ammirato ogni parola che usciva dalla tua bocca, tutto quello che volevi trasmetterci su conoscenze generali, storia, geografia, musica filosofia, algebra, arte.

 
 

Ma ... tremavamo davanti al tuo sguardo intimidatorio, davanti ai tuoi passi forti, alla tua voce di tuono; il tuo affanno di perfezione con la famiglia. Tutto quello che oscurava l’amorosità delineata a mani piene la domenica nel religioso appuntamento con le coppe di gelato, i dolci croccanti, e la serata con la Filarmonica Italiana.

Ci spaventavi Pa’, nonostante il tuo grande cuore, lo sapevi? Violenza di scorpione con zoccoli e artigli; pungiglione di fuoco e pugnale di punta fine. Percepivamo nel profondo del tuo cuore tratti di gentilezza, nascosti dall'autorità che la tua bocca articolava tutti i giorni.

Eri sempre lì a spiegare le nostre domande accademiche o filosofiche, le nostre aspettative di vita e di studio. Riempivi i nostri momenti di ozio con la fisarmonica e cantando in coro con la famiglia. Ricordo in particolare l'attenzione che, dopo cena, noi prestavamo alle tue storie di guerra come se ci raccontassi un film. Ci meravigliavano gli aneddoti, le avventure navali di nostro papà, “Capitano” di sottomarini “Legionari” della Regia Marina Italiana.

Il più ricordato è stato il famoso Torricelli, che ci mostravi in molte foto scattate da diversi angoli, da molto lontano e anche da vicino.

Era gigante l’album che consultavi quando ci raccontavi le tue cose, tutto comprovabile col bollo fotografico dell’istante sospeso nel tempo, in una cartolina rettangolare in bianco e nero. Penso che avesse mille foto quell’album con le rispettive legende e date. Adesso non esiste più, Pa’, come se lo avessero sepolto con te. È sparito; rimangono alcune foto divise tra fratelli e sorelle. Forse è stato smembrato in maniera che ognuno di noi prendesse la sua porzione di ricordi. Dicono che “Coda di Fuoco” è morta stringendo la sua parte dell’album. Siccome non ho le fotografie complete, non so quale sia stato il sottomarino spezzato in due dal siluro del “nemico” giusto il giorno che mancavi, perché eri arrivato in ritardo. Mi dispiace essere stata così piccola da non ricordare i particolari. Mi rimangono soltanto frasi, aneddoti, dei tuoi viaggi per tanti paesi; luoghi che evocavano l’Odissea per la sua difficoltà e fantasia.

Nel mezzo delle mie fatiche per ricrearti, ho trovato contraddizioni storiche nei ricordi. Ho chiarito gradualmente certe confusioni, esaminando le date, i luoghi, e gli eventi familiari delle foto. Io avevo collegato i tuoi “affari” nei sottomarini con la II Guerra Mondiale, ma un esame più accurato delle date mi ha rivelato che corrispondevano invece alla Guerra Civile Spagnola. Un’altra confusione è stata quella dell’affondamento del Torricelli. Credevo che fosse quello della foto che le mie retine conservano con chiarezza. Naufragato a forma di V. Le mie indagini mi hanno fatto capire che gli spagnoli, che avevano agli italiani come alleati, utilizzavano i sommergibili “Legionari” clandestinamente.

È stato così che nel dicembre del 1936 il sottomarino C3 fu affondato “per errore” da un siluro tedesco (alleato alla Spagna), hanno fatto credere che fosse il Torricelli. Quattro anni dopo, nel giugno 1940, Salvatore Pelosi, Comandante del Sommergibile Torricelli riportò il combattimento nel Mar Rosso, con tre cacciatorpediniere e due cannonieri britannici. Il Torricelli era già abbastanza danneggiato, e non poteva sopportare un’immersione prolungata. Pelosi, allora, è stato costretto a emergere. Gli inglesi erano lì. E nonostante il contrattacco del Torricelli, che danneggiò seriamente il cannoniere Shoreham e che silurò il distruttore “Khartoum” trapanandolo sotto la linea di galleggiamento, gli inglesi, prima di affondare, colpirono il Torricelli. I membri dell'equipaggio fecero in tempo a salvarsi. Per questo compito, il comandante Pelosi ricevette la Medaglia d'Oro.

Deduco la tua partecipazione alla guerra civile di Spagna e alla Seconda Guerra Mondiale dagli atti che indicano che sei stato decorato a Barcellona e Messina. Di questi, oltre alle fotografie con le loro date in basso (1936/1939), rimangono anche le due medaglie (avute dal “Re di Fantasia”): una “Al valore e al merito”, conferita per il Generalissimo Francisco Franco, e l'altra, La Croce di Ferro, "Al Valor Militare”, concessa forse da Rommel per il valore dimostrato in battaglia. Ci sono diverse foto con chiari riferimenti alla II Guerra, come quella del Battello Ospedale Virgilio, della Croce Rossa, con la scritta: "Quella che mi salvò dalla prigionia” (Tripoli, 1941), la nave ospedale che ti impedì di divenire prigioniero, suppongo degli inglesi.

Non ricordo che tu ti vantassi delle medaglie, Pa’. Tacevi. Forse a causa delle circostanze dolorose delle operazioni offensive e difensive. Io percepivo Mussolini dai tuoi reclami quasi velati come un Napoleone che prendeva possesso dei paesi vicini. Impadronendosi non solo dei territori, ma anche delle menti di ogni abitante, come alla fine fanno tutti i dittatori. Quello che ho trovato inaccettabile è che essi siano stati sostenuti da voi fin dall’inizio; che li abbiate idealizzati come "salvatori". Ci hai detto che era ancora più complesso, che era in relazione con l’alleanza con un terzo allo scopo di difendere questo ultimo; ma che tutto si riduceva sempre ad attacco e difesa. E soprattutto per appropriarsi della maggior parte dei punti strategici per guadagnare spazi e andare avanti. Per andare avanti verso dove? me lo chiedo oggi. Verso la pace? Verso l'evoluzione degli esseri umani, del loro benessere?

Sei stato un disertore, Pa’? In una delle foto salvate dal naufragio della famiglia, porti l’uniforme dei puniti della Regia Marina italiana: camicia e pantaloni a strisce bianche e blu. Ricordo di aver sentito che in uno degli sbarchi tu avevi prolungato il tuo soggiorno a terra per rimanere un giorno in più con la mamma. Il sommergibile dovette partire senza di te. Poche ore dopo, un siluro nemico l’ha colpito nel mezzo, frammentandolo in due. Mi ricordo quella foto, il sommergibile precipitava a forma di V. Ti catturarono dopo, ma avevi salvato la vita. Ho pensato che fosse il Torricelli (non ho la foto, ma nella mia memoria è registrato in modo chiaro). Dopo aver analizzato le date e gli eventi, capii che si trattava del C3, che è stato affondato nel 1936 dai tedeschi stessi (alleati di Italia, Spagna e Giappone). Salvo che non fosse stato l’Archimede, del cui ho meno ricordi. Secondo fonti storiche, il sottomarino tedesco U-34 affondò il C3 nella baia di Malaga. Nel 1941 un forte contrattacco inglese distrusse la quasi totalità della flotta italiana.

Suppongo che dopo aver scontato la punizione regolamentare per la tua finta defezione, sei stato assegnato a nuove missioni (già nella II Guerra Mondiale) che si protrassero fin oltre il 1940. Quello che non ho potuto confermare completamente è per quanto tempo sei stato esposto a siluri ed esplosioni. Mi sarebbe piaciuto sapere quali mari navigavi e in quali missioni ti arruolavi fino alla fine della guerra, nel 1945, mentre nascevano i tuoi primi tre figli. Non sono stata in grado di riempire completamente la lacuna tra 1945 e 1948, anno in cui è nata la seconda delle vostre figlie (la quarta della cucciolata). Ti sei imbarcato solo nel giugno del 1947 con destinazione Caraibi, entrando nel porto di La Guaira a Caracas per stabilirti fino alla fine dei tuoi giorni nel Venezuela, dove è nata la tua ultima figlia, Laly. Il resto della famiglia arrivò a Puerto Cabello nel mese di aprile del 1949. Eri già impiegato in una fabbrica di cioccolato, dove hai iniziato a concepire le tue idee per un altro stabilimento, ma di caramelle.

La maggior parte dei paesi che ci mostravi sulla mappa del mondo erano africani e avevano molto a che fare con la Spagna. Ho un lontano ricordo di Tripoli, Tunisi, Trieste, Addis Abeba, Etiopia, Namibia, Nairobi. E dalla Spagna: Tenerife, Barcellona e Malaga. Le città affini al tuo paese che appaiono nelle foto sono: Cefalù, Stretto di Messina, Agrigento (dove eri nato). Le fotografie della mamma dicevano Villabate o Palermo. Con ogni evento che ci raccontavi, ci mostravi le immagini con il nome del paese o della provincia, e la data nella parte inferiore di ciascuna. Luoghi dei quali non posso farmi un'idea perché non li ho mai visitati.

Le tue sorelle ti mancavano tutti i giorni, promettevi a voce alta di portarci a conoscerle, e anche le strade, e i monumenti del tuo paese, ma non ne abbiamo avuto il tempo, che incominciò a diluirsi; in me per la paura della mafia e la possibilità di uno stampo di violenza generazionale dovuta ai marchi della guerra, le privazioni o la filiazione culturale. Ad ogni modo, l’affettuosa nostalgia della tua famiglia ci ha lasciato un vuoto avido della "nostra" terra, sangue che circola.

Guardando il film "Il mandolino del capitano Corelli" ho riavvolto le tue storie, ho capito la partecipazione italiana alle guerre. Mentre i tedeschi sorvegliavano e intimidivano gli abitanti, gli italiani erano seduti intorno a fuochi di bivacco con i loro mandolini, fisarmoniche e chitarre, incoraggiando le persone a partecipare a questo gruppo. Quando i tedeschi dicevano Heil Hitler, loro proclamavano Heil Puccini. Erano più sentimentali che guerrieri. Anche tu, in una delle fotografie del sottomarino suonavi la chitarra; tra una tregua e l’altra? In altre, stai leggendo o scrivendo. Mi dispiace di non aver tenuto nella mia mente ogni centimetro di quello che ci hai raccontato, delle missioni assegnate. Ero così bambina che appena mi rimangono dei fili sparsi, fatti più di sentimenti che di storia. Ricordo che la tua bocca pronunciava il nome di Albania; sei stato lì nel 1940, quando 8.000 albanesi, e greci, hanno battuto quattordici mila italiani? Ho sempre avuto il sospetto che in qualche modo si siano lasciati battere per mettere Mussolini “nel brutto” come diciamo in Venezuela. Hanno dovuto raggiungervi i tedeschi per finire il lavoro, e della maniera più fredda, al punto che non si sono lasciati trascinare da nessun senso di solidarietà, quando hanno ucciso gli alleati italiani a Cefalonia nel 1943. Per gli italiani le sole armi, l’unica artiglieria erano gli oggetti capaci di produrre suoni musicali. Soprattutto amavano la musica sinfonica, l’Opera, Puccini, Verdi, Donizetti. Come non creder che così fosse, Pa’, se tu ci svegliavi la Domenica con le voci e gli strumenti emessi dai tuoi dischi da 78, di vinile. Ripetevi ancora e ancora la Madame Butterfly, di Puccini; La Traviata e Il Trovatore di Verdi, Don Pasquale di Donizetti. Come posso non vederti in quella foto di 24 fotogrammi al secondo del capitano Corelli!

Tu sei andato più lontano ancora. Hai stimolato la nostra sensibilità dell’udito e del cuore con la Carmen di Bizet, i Carmina Burana di Orff, Le quattro stagioni di Vivaldi, i Valzer di Strauss: Il Danubio Blu e il Valzer dell’ Imperatore mi scuotevano; tutti i valzer mi scuotevano, Pa’. Lilí Marlen l’ho ritrovata nella gigantesca memoria di “Mulinello”; tra la sua mente e la mia abbiamo incominciato a ricostruire la memoria della casa. Sai come abbiamo riscattato La Contessa (Mulinello) ed io quei nomi? Nonostante fossimo piccole, i suoni, gli accordi, la bacchetta immaginaria che reggeva ogni pezzo o adattamenti, sono rimasti tutti dentro di noi. Abbiamo deciso d’indagare con l’udito attento, e ci dicevamo spesso questa non è, neppure questa… Questa! È questa! Come non perdonarti Pa’ con tanti regali per la pelle del cuore?

Le domeniche suonavi la fisarmonica e cantavi Cuore ingrato di Claudio Villa e Torna a Sorrento (Surriento) con la mamma, o lei cantava da sola… canzoni in italiano o in dialetto siciliano o napoletano: dolci, spirituali, come cantici per ascendere ai cieli, purificarsi e dopo ritornare al giorno dopo giorno, con le sue vicissitudini e le sue meraviglie. Ricordo le frasi di una delle canzoni che cantava mammina: la storia di Maria Maddalena (o forse Marta e Maria, le sorelle di Lazzaro) e Gesù? Non so come si chiama. Mulinello s’impegnò a mantenerla viva ripetendola una e un’altra volta come se di una preghiera si trattasse, perché non ci dimenticassimo mai.

Sola soletta andai pei campi passeggiando, al improvviso quando io vidi un bel pastor, allor gli domandai perché mi vieni appresso? Lui mi rispose adesso: “Figlia dà a me il tuo cuore”. Il cuore non posso darvelo per che non so chi siete; voi pure un cuore avete, quello vi può bastar. “Figlia, mi fai penare se il cuore a me non dai. Io ti amo e tu non sai: sono il tuo Dio d’amor, quel Dio che tanto ti ama, quel Dio che ti creò”. Allor sentendo questo io mi buttai in ginocchio, con i capelli sciolti, gli domandai perdon. Con i capelli sciolti, gli domandai perdon. Che bella storia!

Come non idealizzarti Pa’! Come evitare di ricostruire il mantello della memoria con i ritagli della delizia! Con ogni ramo di canzone che ci arriva; con i frammenti di voci accompagnate dalla fisarmonica di domenica, e tutta la famiglia intorno a te cantando: Mela, Nico, Pepo, Mulinello ed io, Laly, facendo il coro per il papà e la mamma, tutti cantando Chella llà, Chella llà, mo’ va dicenno ‘ca me vo’ lassa’... Quando tu sei partita, mi hai donato una rosa, oggi è triste e sfiorit, come questo mio cuor... Scrivimi, non tenermi più in pena. Una frase, un rigo appena calmeranno il mio dolor. Il Primo amore, Terra straniera, ¡Quanta malinconia! Non ti scordar di me, la vita mia legata è a te, io t’amo sempre più, Per un sogno d’amor, Emigrante, col tuo nome nel cuor. Credevo di morir di nostalgia volevo ancor baciar la bocca tua. Granada, interpretata dal “Re di Fantasia” e il “Re Augusto”, a due voci, emulando a Claudio Villa, o Enrico Caruso e Mario Lanza. E... Santa Lucia, oh, mio dio! Santa Lucia! Sul mare luccica l’astro d’argento, placida è l’onda, prospero è il vento. Venite all’agile barchetta mia! Santa Lucia, Santa Lucia! E il nostro mantra dei mille perdoni nella tua voce: Mamma son tanto felice perché ritorno da te. La mia canzone ti dice, che è il più bel giorno per me. Mamma son tanto felice, viver lontano, perché? Mamma, solo per te la mia canzone vola….

E ti sei salvato della morte Pa’, fra i quaranta membri dell’equipaggio del C3, a causa di quella ragazza che fin da dodicenne voleva recarsi in convento, finché sei arrivato tu a farle girare la sorte colla tua irresistibile parlata da movie star. Ti ho immaginato come Lancelot nella battaglia di Badon Hill, col cavallo e bardatura del Re Artù, entrando nel Camelot-Convento e prendendo Ginevra-Mamma per la cintura, strappandola dal chiostro davanti agli occhi stupiti dall’Abadessa-Nonna. Meglio ancora, senza altra armatura né indumenti, né corazza, né elmetto con visiera, o giubbetto imbottito… soltanto la tua pelle ardente e sensuale.

Quando ho visto la foto del vostro matrimonio (Palermo, 1939) ho immaginato che vi sposaste in un popolo celtico. Per i frammenti che ho analizzato, ho la sensazione che la tua prima alleanza è stata con l’amore, dunque, non hai trovato senso in una guerra che non ti apparteneva per convinzione. Allo stesso modo, penso che la morte e la paura ti abbiano lasciato dei segni; pertanto i sussulti, l’insonnia, quel girovagare per la casa così presto al mattino con gli occhi scuri. Forse le forti esperienze navali ... È questa l’origine del tuo carattere, della tua natura, Orcopá, l’accanimento delle milizie, la sua belligeranza; quell’esporre ed esporsi davanti alla morte così a lungo, con l'ordine di uccidere o morire?

Nei tuoi occhi io avvertivo emozioni contraddittorie su quello che raccontavi, soprattutto quando il tuo sguardo tornava a farsi introspettivo. Questo mi ha fatto vedere oltre le tue mattane, le tue richieste incontrollabili e i tuoi ordini intimidenti. Con me eri come un giocoso montone, paziente, gentile. Forse perché ero la più piccola? Perché ero io a intuire che la guerra ti aveva lasciato una trincea infossata tra schiena e petto? Trovavo sempre una scusa per te: è stanco ... lasciatelo in pace, capiamolo, è il suo genio, il suo nervosismo, la sua facilità ad esplodere di collera ... ha un sacco di lavoro, preoccupazioni finanziarie ... ricordi di siluri, perforatori, memorie di morti, e punizioni di un padre con una storia di punizioni. Stupido ricorso di chi capisce a fondo la scoria umana, legame caustico alle emozioni sfrenate; questo ripetere di punizioni ricevute come un unico sistema per “raddrizzare” i figli. Eri rigoroso e apparentemente irreprensibile. Quanti rimproveri avviamo silenziati fino a questo tuo ultimo dicembre, quando, proseguendo piani misteriosi ti abbiamo rimosso i tuoi atteggiamenti del passato! Tuttavia, Pa’, tu eri già caduto in te stesso, nella tua solitudine, in maniera tale che è stato il modo (che ha deciso il destino) di dirti addio, forse per aiutarti a completare il ritorno "all’inizio" necessario per morire in pace. E ti abbiamo voluto bene, Pa’, continuiamo a volerti bene e ammirarti in quelle cose (che sono più numerose, ma meno evidenti) che ci hai imbeccato, come la tenacia, l'amore e la dedizione al lavoro qualunque esso sia.

Sono tanti i ricordi rimasti, come quel giorno che le mie gambe si atrofizzarono perché tu partivi e che non sono tornate a camminare finché tu non sei rientrato con la tua valigia e le tue cose. Io avevo sette anni ed era il mio modo inconscio di affrontare la separazione. Dieci anni dopo, siamo rimasti tu ed io soli in quell’enorme casa; io avevo diciassette anni. I miei fratelli e sorelle erano andati per conto loro a completare la loro vita. Mamma si era stancata di tanta tristezza e messe di perdono. Il suo corpo di agnello si trasformò in una stoffa trasparente e biliare; lei permise che la malattia divorasse il suo corpo. So che allora tu hai incominciato a congedarti, lo percepii dal tuo distacco, dal fatto che hai lasciato che gli usurai portassero via le macchine che avevi progettato tu stesso. I tuoi occhi tornarono cisposi. Nonostante quello, si sentivano spesso i tuoi passi nel tuo viaggiare notturno verso la stanza dell’impiegata. Il tuo ritorno era furtivo, passavi dalla mia camera, raccoglievi il mio cuscinetto (c’è l’ho ancora) e mi rimboccavi le coperte.
In quegli ultimi anni non mi hai mai visto piangere, né cantare, né ridere. Questa figlia mia è così strana ti ho sentito dire a uno dei tuoi amici, è, inoltre, distratta, un po’ lenta; mi preoccupa che nessuno voglia sposarla.

È stato per quello che eri così diverso con me, Pa’? Più tenero, più accondiscendente; meno duro, più flessibile? Avevi compassione di me, Pa’? Questa figlia…così strana, così poco socievole. Parla perfino colle formiche, con i cani, con gli alberi. Non chiede nulla, non reclama. Quale specie di strani mondi si arrotolano nella sua testa? Parla ancora con le bambole, o con qualche gnomo o fantasma.

Mi dava conforto parlare con le bambole; di porcellana, di stoffa, di gomma. Avevo bisogno di essere ascoltata, avevo tante cose dentro di me, tanta paura, tanta compassione. Tu disordinavi i miei capelli. Era la tua maniera di dire l’amore: la voce in silenzio. Mi piacevano le tue mani, avevo paura di toccarle. Paura dalla tua voce, del rumore forte dei tuoi passi sulle scale.

Quando ho incominciato a trovare serenità nella compagnia delle mie bambole, hai deciso d’inviarmi all’università. Mi congedai con loro e con il cuscinetto. Avevo fatto proposito di staccarmi della necessità di abbracciarli per dormire. Intuivo che non era salutare per incominciare una nuova tappa, ma rimasi con una grande sensazione di soffocamento. Quando sapesti che io piangevo in un’altra città per il mio cuscinetto me lo portasti senza riprendermi. Le tue lettere erano tristi ma affettuose; mi chiedevi sempre di vestirmi con colori allegri e quando potevi, m’inviavi delle belle stoffe per farmi fare vestiti e gonne. I miei diciassette anni sembravano non passare mai.

In poco tempo però, la mia sensibilità ricevette un nuovo colpo, inciampando un’altra volta i miei spazi. Il tuo cervello giacque sparso per terra al lato di un tir fermo, senza luci, nella strada curva. Erano prossime le mie vacanze. Allora seppi cosa erano veramente la solitudine e il silenzio fisico. Dicembre arrivò come una casa grande e buia abitata da una persona sola; piena di rantoli di fantasmi. Provavo a cancellare la tristezza lavando pavimenti, pareti e finestre. La casa non poteva più darmi riparo, non ho mai saputo perché, ma non ho fatto nulla per difenderla. Ero occupata a smontarmi per tessermi di nuovo. Ho solo conservato il piccolo cuscino come se fosse il mio angelo che mi custodiva e ascoltava.

Nel mio pellegrinaggio per questa nuova forma di sopravvivere, scoprì parole, metafore, personaggi; storie altrui che mi proteggevano della paura. Per dormire Pa’, inventavo insoliti eventi, bugie, storie di gnomi che mi sollevavano da un lago buio e appiccicoso portandomi alla fine in un bosco di gerani che emanavano latte fresco. Avrei preferito una salvezza più completa e reale, Pa’. Un ascoltatore che costringesse la mia bocca ad alimentarsi di parole edificanti, di speranza. Un giorno pensai di averlo trovato. Ero immedesimata, come al solito; mi guardò, lo guardai. Mi parlò con entusiasmo nel cuore, mi accarezzò i capelli con tenerezza, ma non ero preparata ad amare e lasciarmi amare con la semplicità che richiede l’amore.

Sposai il primo che insistette con più veemenza. Alla prima uscita siamo andati a bere una granita di fragola, che lui chiese con durezza nella voce e nelle sopracciglia. Lì, da quel semplice gesto, sapevo che eri tu che tornavi dall’oltretomba. Non per l'aspetto fisico. Era il tono intimidatorio, le sfide imposte; prove sufficienti per farmi fuggire in esilio, verso un altro firmamento, se possibile. Tuttavia, le mie difese naturali della serenità si paralizzarono. Ero intrappolata nelle sue mani sottili, sempre chiuse a pugno. Rimasi statica per anni, accettando una violenza gestuale e verbale molto più tempestosa e squilibrata della tua. Rimasi impantanata in una malinconia depressiva, ripetendo storie di perdono e di pietà, come faceva madre. Forse le sue angosce erano più profonde e soffocanti. Non ebbe, come me, la benedizione di una lampada nelle parole e le frasi, per rileggere gli sbagli nella rinascita degli abissi, e riprogrammare i giorni e le notti ubicando con chiarezza il nord della pace.

Non è stato facile; nei primi tentativi, quando mi sono fatta forte per cambiare la storia, un'altra ragazza, come quella dalle gambe intorpidite, si aggrappava alle gambe di suo padre, attaccata al suo corpo, affibbiata alle sue mani con la stessa ammirazione, implorandogli di disfare le valigie.

Ho continuato per un lungo tempo offuscata dall’impotenza, senza interrogarmi sull'assenza di risa sui volti. Sono stata più coraggiosa dell’odio e della pietà; mi sono concessa il tempo per trovare la strada nella foresta dalle molte sfumature di verde. Per prima cosa ho dovuto scalare le trecce di principessa rinchiusa a cielo aperto, e liberarla dalla propria debolezza di trecce lunghe e torri di guardia senza fari o uscite, ripetuta per aderenze da lignaggio e passività. Le figlie delle figlie della madre hanno più strumenti a portata di mano, hanno tagliato in tempo i capelli sparpagliati in misericordie inutili. Hanno imparato i balconi della individuazione.

Con gli occhi aperti ti restauro, lo restauro, umano, padre, uomo, senza la giustificazione di compassioni o perdoni che non mi riguardano. Incomincio il conto di riabilitarmi nel proprio specchio concentrato in clorofilla. Semino rose porpora nelle finestre della mia emancipazione, mi esonero, mi redimo, mi rifaccio; permetto alla forza di un nuovo sguardo di nascere in me. E mi libero dal ripetere storie delimitate per un sangue antico che non mi appartiene per pregio.

Adesso, tutto mi trasporta e mi fa sollevare il volto verso lo spazio sacro della vita. Il giorno, con il suo fuoco e il mondo ridotto a ceneri che vogliono vivere. La notte col suo silenzio e le sue vesti leggere senza cordoni. L’alba, con la sua freschezza, e la brezza di parole che cresce dentro di me. I bambini che fanno mille figure nel mio ventre e che cuciono pezzi di storie per farne una stella dove si possa giocare. L’umiltà, che mi fa riconoscere le paure ancora in posa nel corpo rannicchiato e senza pelle.